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Cantine Imperatore: Assoluta tutela E valorizzazione di un territorio, di un sapere ereditato, accresciuto e diffuso.

Attenzione, ricerca, amore della propria terra, da affermare anche oltre confine!

Secondo “capitolo” di questo meraviglioso Viaggio, un album da fotografare intriso di profumi, colori, parole, e momenti preziosi trascorsi con i produttori nella loro casa: la loro terra!

Abbiamo scelto di identificare i nostri viaggi in “capitoli”, legati gli uni agli altri come se componessero un meraviglioso racconto da leggere, uno di quelli che non vedi l’ora di tornare a casa per continuare a scoprirlo e lasciandosi catturare dall’ennesimo colpo di scena. Noi di Viniferare, inguaribili romantici e fedeli innamorati del vino, crediamo fortemente che sia fondamentale divulgare il pensiero di alcuni lungimiranti ambasciatori della cultura vitivinicola, portatori-sani di tradizioni, valori e storie, ingredienti fondamentali per i loro calici.

Scelta obbligatoria, quindi, narrare, in questo virtuale viaggio, di “Cantine Imperatore”: realtà tangibile del territorio Pugliese, ampiamente apprezzata ed in costante ascesa, sempre con i tralci “ben radicati al suolo”, linfa vitale che caratterizza i loro prodotti, unico cursore per le loro azioni vitivinicole ed enologiche.

Sarà questa una chiacchierata immersa nel verde, condotti da Vincenzo Latorre, irrefrenabile fiume in piena, che ci trascinerà con estremo trasporto, fervore, nel mondo, nelle vigne, nel profondo terreno di Cantine Imperatore.

Durante l’amichevole conversazione, si ha l’impressione di essere ascoltati dai vigneti che ci circondano. Sembra che i tralci, i grappoli riscaldati da un timido sole e accarezzati da un flebile soffio di vento, annuiscano, ascoltando quanto raccontato da chi li ha curati, legati, nutriti, raccolti, in perfetta simbiosi e sinergia con la natura che li attornia e supervisiona.

Quest’anno abbiamo ottenuto il riconoscimento Bio

Mi accoglie così Vincenzo, aprendomi “le porte” dei suoi vigneti di estrema bellezza e dalla ammirevole complessità cromatica ed aromatica: un vero caleidoscopio di colori e profumi che si intersecano originando un dipinto strepitoso fatto con i soli pastelli forniti dalla natura.

Le sue parole mi accolgono ma colgono impreparato dato che, conoscendo lo stile e la produzione di Cantine Imperatore già da diverso tempo, era per me già assunto che si lavorasse in regime biologico o, addirittura, in biodinamico: con o senza loghi e sigle, ma semplicemente certificando il tutto con la sua mano e con il suo modo di vinificare e condurre la terra, lontano da prodotti di sintesi e da coadiuvanti.

Per chi non avesse ancora avuto la fortuna (ed il piacere) di apprezzare i suoi calici, basterebbe raccontare solo di alcune sue etichette, come l’Ancestrale, il Quarto Colore o l’Ottavo Decumano, di cui parleremo più avanti, simboli rappresentativi di questa concezione di vinificazione, tutti provenienti dalla fertilità del suolo, frutto della pianta, sintesi succosa e polposa del territorio.

Questo è uno di quei casi in cui la certificazione è solo un “passaggio burocratico” che attesta una serie di processi e funge da volano di riconoscibilità e garanzia, ma che potrebbe anche essere superfluo già solo dopo un assaggio dei vini o, semplicemente, facendo una passeggiata tra le vigne.

 

Questo è solo uno dei momenti della bucolica e distensiva chiacchierata immersi totalmente nel verde, in un tiepido pomeriggio di fine Maggio, in uno di quei pochi attimi di tregua che il bizzarro meteo di questo periodo ci ha donato.

Evidenzio il legame con la terra, perchè è proprio questo il filo conduttore, la sostanza, il concetto trainante del modo di fare vino e agricoltura di Vincenzo e di tutta la squadra di Cantine Imperatore.

 

Erano gli anni ’60, quando i nonni di Sonia, Vito e Zio Martino davano origine a tutto questo

Avvolgendo il rullino dei ricordi, iniziamo a parlare dei primordi, delle origini, di quando principalmente si coltivava la vigna per poi venderne i frutti, che fosse direttamente l’uva sulla pianta o il mosto o il vino per il “taglio”.

Da lì, circa 15 anni fà, il principio della conversione, la svolta epocale, il cambio generazionale, la presa di posizione. Si medita su una vera scommessa vitivinicola: produrre vino del territorio, per etichettarlo e commercializzarlo col proprio marchio.

Quello che oggi sembra un percorso semplice, diretto, dovuto, è stato una realtà complessa e ricca di ostacoli, economici, tecnici, concettuali e, soprattutto, sostanziali per chi aveva, fino a quel momento, fatto agricoltura e non vino.

Partendo sempre dalle proprie radici, vere fondamenta e capisaldi di questa ormai consolidata realtà enologica Pugliese, si aggiungono a dare man forte, in perfetto stile generoso e artigiano, i vigneti degli altri nonni, Giuseppe ed Anna e, contestualmente, se ne impiantano altri, (ovviamente di autoctoni).

L’assioma da cui non ci si poteva scostare era il dirigersi esclusivamente verso la qualità e non la quantità, sia di piante che su pianta.

Ti invito a vedere al termine della prossima vendemmia, quanta uva rimane sulla pianta

Queste parole palesano lo stile, la firma del vignaiolo e l’impronta che, incondizionatamente, ritroveremo nel calice, che ha condotto Vincenzo e tutto il suo gruppo di lavoro in questi anni, alle loro scelte di campo e di cantina.

Chi c’è dietro questi risultati e queste premure artigianali? La squadra di cantine imperatore: Giardinieri del vino

I risultati sono emblematici e tumultuosi, come una fermentazione spontanea che, però, al tempo stesso è controllata dalle giuste temperature: così lavorano i “Giardinieri del vino”: energia, idee, concretezza, tanta fatica ma grandi risultati!

Scopro, nelle parole di Vincenzo, che in questa squadra ci sono ruoli e competenze, ma anche che, in perfetto equilibrio, ci si aiuta a vicenda per la buona riuscita del prodotto finale, proprio come si fa in campo ed in cantina.

Sonia e Vincenzo seguono sia la parte commerciale che di comunicazione e, per fortuna, quest’ultima negli ultimi anni ha donato i suoi frutti rendendo la cantina riconoscibile ed apprezzata in ambito enologico: per loro la comunicazione deve semplicemente dare forma al manifesto delle azioni del vignaiolo, non per esibirsi ma per palesare quanto fatto e prodotto, per condividere col fruitore finale il proprio lavoro ed i propri sforzi.

In campo, e poi in cantina, Vincenzo (così come “ammesso” da lui) viene supportato e sopportato dall’agronomo Giovanni Pinto e dall’enologo Tommaso Pinto che assecondano e “limitano” tutte le sue idee, veri lapilli incandescenti, potenti, carichi, da domare e levigare, anche per “merito” dei protocolli di produzione.

Questa cantina è gestita proprio come una casa. Insieme ai collaboratori fidati che lavorano in campo nelle varie fasi di produzione, ed agli attori precedentemente presentati, ci sono anche Dino e Franco, (rispettivamente genitori di Sonia e Vincenzo), che tanto tengono all’ordine sia in campo che in cantina. La loro presenza premurosa si percepisce ovunque: nella grotta del ‘700 culla silenziosa per l’affinamento dei vini, nelle zone vendite e produzione e nei terreni che accudisce proprio come un orto personale. Per questo, non a caso, si identificano come i “giardinieri del vino” e per capirlo basta una rilassante passeggiata nella curata vigna, dove saremo colpiti dall’ordine e dall’accuratezza, che ritroveremo inesorabilmente nel calice.

La stessa maniacale “asettica” attenzione fungerà da cardine in cantina, ancor più basilare, data la tecnica di vinificazione che non si avvale di aiuti chimici. Quindi il vero ausilio sarà chiesto alla pianta, sana, salubre, intonsa e turgida, dedicando particolare attenzione alle temperature (prima, durante e dopo la vinificazione, controllate in ogni fase) ed all’igiene assoluta da rispettare in ogni angolo e settore della filiera produttiva.

Esportare per far conoscere la propria terra, per conferirgli, con fiero e giustificato orgoglio, un’identità, un’autorevolezza ed un carattere distintivo

Conoscendo i mercati di riferimento, la domanda sorge naturalmente: “Come mai si vende più fuori confine che tra le mura amiche Italiche e Pugliesi?”

Vincenzo argomenta semplicemente che quella che sembra una fuga di cervelli vinicola, si concretizza chiaramente nella sua vera sostanza: un tenace desiderio di valorizzare le proprie origini e la volontà di collocare i propri prodotti nel mercato mondiale, come fanno in altre regioni e nazioni.

 

Durante la chiacchierata, emerge limpida la fierezza per aver fatto conoscere dei vini autoctoni in zone che, fino al decennio scorso, non erano nei radar dei consumatori esteri. Ora si parla delle loro etichette e, per fortuna, di tutta la Puglia in diversi paesi esteri.

Le loro bottiglie “innaffiano” le tavolate, a casa e nei ristoranti, di Belgio, Francia, Usa, Cina, Giappone, Canada e di altri paesi esteri, dove fino a poco tempo fa il nostro stivale e, soprattutto il nostro tacco, erano delle nebulose terre che generavano vino da taglio, corposo, opulento, calorico in gradazione alcolica e nient’altro.

 

È indispensabile credere nelle proprie peculiarità e non farsi affabulare dalle scorciatoie offerte dal mercato e dalla sua richiesta. Bisogna, necessariamente, credere e puntare sull’originalità e sulla diversità delle proprie radici.  Risulta necessario fare “allenare” il palato degli assaggiatori sia peninsulari che fuori confine, per identificare e far amare i nostri prodotti come tali, con le loro irregolarità naturali e formidabili.

Un rosato che sa’ di rosso e non è trasparente, timido, snello come quelli francesi, dovrà acquisire il suo credito, la sua influenza: solo credendo in ciò che si fa’ si può convincere il prossimo. Questo è uno degli obiettivi che, per ora, stanno mirabilmente perseguendo Vincenzo, Sonia e tutta la famiglia Imperatore.

Una linea di vini che narra il territorio centimetro per centimetro, poro per poro, roccia per roccia

Osservando i vini prodotti, notiamo quanto la varietà sia figlia del lasciar esprimere il suolo nella sua totalità e con il suo microclima che, costantemente, lo protegge ed alimenta.

Ecco perché, ad esempio, vengono prodotti 4 primitivi, 5 se consideriamo anche il passito, tutti frutto di diverse parcelle, diversi sistemi di allevamento e, per quanto comuni nella filosofia base, di tecniche di vinificazione differenti.

A “Cantine Imperatore” ci si rende conto che in soli 3,5 km e 8,5 ettari di proprietà, c’è una particolare stratigrafia pedologica, variabile e complessa: quasi come in un grande pantone di colori troveremo terra bianca, rossa, scura, marne compatte e carparo (cioè una pietra calcarenitica derivante da sedimenti di roccia).

Se si vuole dar vita ad un calice rappresentativo del suo DNA e del suo territorio, bisogna “naturalmente” produrre diverse tipologie di Primitivo, vino già di per se complesso, dalle mille anime e sfaccettature, già diviso per macroaree, figuriamoci quale microuniverso di diversità possa palesarsi all’interno di uno stesso appezzamento di terreno!

Da qui la scelta, anche questa coraggiosa ed ovviamente difficile da comprendere per il mondo dell’omologazione enologica, soprattutto di anni addietro, di dar vita a 5 bottiglie diverse: Sonya, Il Sogno, Vincenzo Latorre, l’Ottavo Decumano e la versione passita del primitivo.

5 etichette, vorrà dire 5 cisterne separate per 40 giorni di fermentazione

Questo si può pensare di farlo solo se dotati di forte tenacia, consapevolezza, profonda convinzione, consapevolezza dei propri mezzi, delle materie prime e del territorio…. e tanta sana follia che, a volte, significa solo essere anticonformisti e riuscire a scorgere quello che non tutti hanno il tempo, la voglia o il coraggio di osservare.

Non vogliamo soffermarci sulle singole etichette ma solo declinarne le loro peculiarità per comprendere le “ragioni” di tali scelte. Partiamo dal “Vincenzo Latorre” proveniente da suoli rocciosi con terra scura, dagli alberelli più nodosi e anziani. “Il Sogno”, sempre da alberelli, ma da suoli di terra rossa di medio impasto, “Sonya” da terra scura e il “Passito” da terra rossissima e profondamente argillosa. L’Ottavo decumano merita una menzione a parte, dato che nasce dalle falde di un territorio storico, appartenente alla narrativa Romana e, per questo motivo, è necessario tutelarne totalmente la sua coriacea storia: lo si produce in estrema purezza, senza utilizzo di Solfiti aggiunti. Il calice si aprirà al “lettore”, dato che racconta una vera e propria storia, con incredibile speziatura, con un sorso balsamico, quasi depurativo, un veemente impeto verticale che avvolge tutto il palato.

Anche con i bianchi ci si diverte e non poco, esperimenti ragionati, frutto di conoscenze passate, competenze presenti e ambizioni future

 Tornando al mio stupore di quando si annunciava l’ottenimento del biologico, ci troviamo a parlare, sempre con il solito ardore e passione, del Veritas, dell’Orange e dell’Ancestrale.

Anche questi possono sembrare esercizi di tecnica, “presunzioni” dell’enologo e del vignaiolo, ma alla fine è solo il desiderio di vinificare “come una volta”, con le attenzioni del passato e con lo zelo e la diligenza tecnica del presente, per tramandare e tenere vivo quanto ricevuto dai nostri padri e donarlo ai nostri figli.

Nasce, quindi, da questa concezione il Veritas, da Verdeca e Pampanuto, con lunga macerazione e prefermentazione a 4 gradi con chiarifica a freddo e sosta in barrique. L’Ancestrale, come consegnato dagli “chef de cave” Francesi che con questo metodo producevano le prime carezze carboniche d’Oltralpe, spumante che quando imbottigliato sosta sui propri lieviti, scissi e ingurgitati e tramutati nella spuma cremosa. Bolla che, quindi, si rigenererà giorno per giorno, istante per istante, sorso per sorso.

Il Quarto colore, vino macerato, vino che veniva conservato nelle anfore, il bianco “vestito” di rosso, Pampanuto in purezza: lunga macerazione sulle bucce e sosta in botte di rovere non tostata, dotato di una tonalità cromatica e carattere aromatico di notevole intensità.

Il sole inizia a calare e qualche nube si staglia all’orizzonte, però l’entusiasmo, la trepidante e incontenibile voglia di comunicare e di narrare di Vincenzo, non intende fermarsi.

Per un appassionato, una persona desiderosa di “parlare di vino”, di ascoltare storie e desideri, come me, è pura carica, è come una sferzata di energia, come se si riempisse nuovamente il calice!

Quindi mi perdo nei suoi racconti, documentati anche da foto che condivide con minuzia di dettagli.

Mi declina le varie lavorazioni del terreno, mi parla dell’assenza di concimi e di stallatico nelle loro pratiche colturali, della basicità e dell’acidità dei suoli, dello Zolfo interrato per via liquida.

Sbobina le lunghe e ansiose vendemmie trascorse in prima persona al lavoro con tutta la sua famiglia, reclutando anche i “giovanissimi” per partecipare a quello che sicuramente è un mestiere faticoso, per certi versi doloroso e complesso, ma se interpretato con amore, capacità, passione, totale abnegazione, diventa il lavoro più bello, stimolante e moralmente remunerativo del mondo!

Ora rallento con i viaggi, dobbiamo dedicarci alla potatura verde, devo seguire le pratiche in campo

Al termine di questa spensierata conversazione, gli chiedo se ha in programma altri viaggi, altre fiere nazionali ed Internazionali, a cui Vincenzo partecipa in prima persona con la sua squadra, e mi chiarisce che “ora è il tempo di dedicarsi alla potatura verde, a selezionare l’uva prima dell’invaiatura”. Guardando un cupo agglomerato di nuvole in lontananza, cerca di allontanare la minaccia della grandine, pensando già a come poter eventualmente sopperire a problematiche del genere.

Chiudiamo questa esperienza, sempre arricchente, mentre Vincenzo mi parla, sognante ma non troppo, degli obiettivi e dei desideri futuri.

La voglia di voler acquisire ulteriori appezzamenti per portare tutta la produzione, dal campo alla vendita, fino all’accoglienza, in un’unica zona. Dell’intenzione di voler creare le zone sotterranee dedicate alla Barricaia ed allo stoccaggio dei vini mantenendole comunque fruibili sia ai clienti che agli addetti ai lavori.

La volontà di creare un B&B con stanze ricavate dalle botti di legno, per realizzare viaggi esperienziali per i visitatori e per raccogliere giorno per giorno, zolla per zolla, quello che quotidianamente si sta’ seminando.

Chiudo il taccuino, ripongo la penna e mi appresto ad andar via arricchito di nozioni, conoscenze, passioni condivise, convinto e sempre più stimolato, ma anche affascinato dalle persone che, con coraggio, fanno vino in questo modo. Pronto a raccontare, comunicare, divulgare il vino della terra, della gente, delle tradizioni, della competenza e della “sana e razionale” follia di proseguire lungo un solco arato dai nostri discendenti e, quindi, strada sicura e fertile verso un florido futuro vitivinicolo e culturale!

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