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Pierfabio Mastronardi osservatore attento, giudizioso, coscienzioso, traduttore della natura e dei suoi gesti.

Un luogo tanto sensazionale quanto complesso, arduo, tenace, dove coltivare e tirare su la vite, è problematico e necessita passione, abnegazione, competenza.

Pierfabio Mastronardi ha tutte queste qualità, una dedizione ed una umiltà eccezionale e fondamentale, per quello che deve e vuole fare: allevare le viti, in un territorio ampio ed eterogeneo, rispettandola e rispettandone la storia.

Gavetta, studi, osservazione, sacrifici, anche presso scuole blasonate, colleghi altrettanto talentuosi e giustamente ambiziosi, docenti severi e generosi, per poi lanciarsi in solitaria, però col paracadute della consapevolezza, del lavoro, del rispetto della natura, del territorio, delle potenzialità delle piante che tratta come persone.

Si parte dal Canale di Pirro, per arrivare lungo una dorsale vitivinicola a Conversano.

Il viaggio sarà lungo, forse tortuoso, ma con curve morbide fatte di passione, volontà, conoscenza che durerà parecchie ore e mi porterà fino a Conversano lungo un solco, un tratturo, ben delineato e ben profondo, con radici ben piantate e legate al territorio.

Partiamo dall’inizio, dal punto di incontro, il principio di questa narrazione.

Ci troviamo in questo luogo quasi mitologico, lungo una depressione Carsica, una dolina che evoca racconti epici, che ti catapulta in un mondo leggendario: il canale di Pirro.

Dopo aver respirato a pieni polmoni quello che la natura dona, insieme al suo scudiero, vengo riportato alla realtà, cercando di comprendere le insidie e le opportunità che questi boschi, questi seminativi, possono concedere alle viti che circondano.

Le temperature rigide del mattino, che anche nelle  stagioni favorevoli concedono nutrimento aromatico alle piante, ma anche trabocchetti letali come muffe o altre “insidie microbiche o climatiche ”  come gelate tardive, da considerare, da cercare di attutire.

Senza considerare ruminanti caprini affamati che si riversano nella valle e garantiscono una defogliazione a costo zero, certamente utile, ma ovviamente non razionale, come un’azione umana pre-vendemmia necessaria per scongiurare rischi e pericoli che l’umidità può celare.

 Varietà autoctone, eredità acquisita da consuetudini popolari contadine, da tentativi, esperimenti, da reazioni sinergiche natura uomo.

Verdeca, Bianco d’Alessano, Maresco, Marchione, Falanghina prescelta base spumante per slanci empirici di colti agricoltori, oltre che scoperta resistente ai marciumi.

All’appello, manca il Minutolo, ora rinomato, ora con una identità ridondante, ma dal germogliamento precoce, quindi difficile da gestire in questo contesto democratico uomo natura, che si vuole seguire.

Aleatico e Primitivo (tra i vitigni allevati nell’agro di Conversano), perché Il rosato dei contadini era così fatto e anche questo è assecondare la storia, quelle scelte non dettate dalla letteratura ma dai fatti, dalle bottiglie che scuotevano le tavole bucoliche con tovaglie a quadrettoni, imbandite dei professionisti della terra di un tempo.

Ovviamente in campo, si cerca di intervenire il meno possibile, “osservando” attentamente, imparando dalle lezioni del tempo, dalle risposte della terra.

Zolfo, Rame, in quantità comunque modeste, microrganismi utili contro i miceli della peronospora, aratura minima e comunque complementare alla stagionalità, all’esigenza del terreno, alla sua tensione superficiale, al suo “stress”, al suo “carattere”. Sovescio con leguminose, graminacee, crucifere, trinciatura. Inerbimento dove e quando serve, per contenere la vigoria della pianta, per gestirla, per centellinare le forze, per conservare energie, stoccare le riserve da buona formica, da saggio contadino.

L’uso della propoli, a inizio stagione, per cicatrizzare, come antisettico, antibatterico, cura omeopatica, galenica per le piante.

La mia penna non fa in tempo a lasciare il segno dell’inchiostro su carta per la velocità e la foga con la quale Pierfabio, sbobina notizie, senza timore, senza gelosia, ma con tanta voglia di raccontarsi e raccontare la sua esperienza con le sue vigne, con i suoi campi e con l’intera catena che lo circonda: microflora, microfauna, in una piramide vitale, un albero della vita fertile e poderoso.

Numeri oculati, pazienti, educati e ossequiosi dei ritmi della natura

Mezzo ettaro, 2 ettari, tanti piccoli fazzoletti di terra, dislocati lungo un perimetro eterogeneo tra Fasano e Conversano, arrivando ad Acquaviva, col comune denominatore del tradurre in vino, ciò che la natura dona, trascrivere il codice genetico del territorio, unendo le eliche e ottenendo frutti della e dalla terra.

Rese risicate, come i 70 quintali per ettaro del canale di Pirro, alberelli, spalliera, diffusi nelle varie zone di questa figura geometrica che racchiude tanta natura, sempre in base a ciò che si è avuto in eredità dalle mani che sono state testimoni di quello che è stato.

Numeri che a partire dal 2017, anno dell’inizio, calendario dopo calendario, cercando di aumentare, cercando di arrivare a 10000 bottiglie, con scelte oculate, dettate da una razionale voglia di fare, sempre accorto, sempre misurando le azioni, senza però frenare il proprio estro, il proprio istinto, le proprie capacità.

In infusione, in ebollizione, c’è un calice dorato, che ha riposato insieme alle bucce, che ha acquisito aromi, potenza, tannino, eleganza, classe e che attenderemo, con desiderio e con rispetto e di cui non vi svelerò altro.

Per ogni vino, presente, passato e futuro, c’è senno, lungimiranza, accortezza, studio. L’esperienza fatta in campo, in cantina, bâtonnage, le fecce, le ore di macerazione, il terroir, ogni ingrediente dosato, pesato, “posato”, per dare un vino sincero, concreto, “pulito” in ogni senso.

Vini e cantina, giusta conseguenza di quello che il campo dona e racconta.

Si giunge in cantina, dopo aver sentito, ascoltato, dopo che la fama dei vini li ha preceduti, è giunta la fame, la sete di assaggiarli, di conoscerli.

Anche qui, Pierfabio è generoso, altruista nel farmi conoscere, capire, assaggiare.

Partiamo dalla vasca, assaporiamo il bianco 2020, dal profumo esotico che pervade la cantina, già carico, pieno, per passare al rosato, erbaceo, grintoso, scapigliato, infervorato da frutti rossi decisi, taglienti.

Già dalla vasca, si percepisce la stoffa, si immagina la loro evoluzione.

Poi si iniziano a stappare le bottiglie. Mammamè 2018, soprannome di famiglia calzante a pennello, visto che la prima esclamazione e reazione che straripa appena si gustano i calici è stupore e fierezza.

Assaggiare questi vini, figli del nostro territorio, inebria i sensi e inorgoglisce. L’assaggio è crescente, cosparso da note fruttate esotiche di pera matura, ananas per poi proseguire, guidati e sempre accompagnati da una schiena acida importante, citrina che si apre in un ventaglio di note evolutive ed un finale di mandorla, piacevole ed integrato nella complessità del sorso.

I vitigni territoriali si esprimono perfettamente, lasciano trapelare i sentori di macchia mediterranea, il fresco coinvolgente delle note agrumate, la voluttuosa consistenza dei frutti bianchi maturi, l’elegante capacità evolutiva.

In questo paese dei balocchi enologici, tra fermentini, autoclavi, torniamo ad assaggiare direttamente dalla  vasca, il rosso 2020. Un Primitivo da una vigna di 20 anni, dove la roccia si sgretola nel calice, dove l’uso oculato dei rimontaggi nei modi e tempi corretti, consente all’alcol in possesso del primitivo di diluirsi, amalgamarsi alle restanti peculiarità del calice.

Poi si passa a pescare dalle barriques, a comprendere come il vino quando possiede sue prerogative, riesca dal legno ad acquisire ulteriori potenzialità, senza smarrire la sua identità.

Il filo conduttore resta l’erbaceo, il naso pungente e intrigante, che si corrobora di note di ciliegia, cacao e carrubo, denotando comunque una vena ardua, coriacea, per nulla indebolita o mascherata dal legno.

Verso la fine di questo turbinio di emozioni e questo parco divertimenti stappiamo il Mammamè Primitivo 2018, con annessi aneddoti sui tappi, sulle loro qualità e utilità. Niente è lasciato al caso, la mano dell’uomo non è invadente ma ossequiosa delle necessità del vitigno e del territorio.

Mentre assaggio, Pierfabio declina i valori di pH e acidità del calice, non come un chimico freddo e distaccato, ma come un volenteroso artigiano, un esploratore, uno studente alle prese con i suoi esami, i suoi obiettivi, per ottenere risultati, per evitare errori, per migliorarsi.

Lo spartito è di quelli sublimi, il naso si apre con una sinfonia di ciliegia, marasca per lasciare il palcoscenico a strumenti già ascoltati negli altri calici, ma sempre diversi sorso dopo sorso. Macchia mediterranea di lentisco, mirto, che danno vigore, che stuzzicano il palato, con l’ausilio dell’acidità, inducono acquolina, salivazione, rendono il sorso fendente ed interminabile.

Purtroppo, giungiamo al culmine di questa sequenza di etichette con la riserva , dove la balsamicità tuona, e dove il tannino, maturo ma sempre galoppante, si interseca perfettamente con una freschezza importante e con notevole sapidità. Tutto questo determina un primitivo facilmente e piacevolmente bevibile, svestendolo di opulenza e pesantezza e donandogli agilità e semplicità di beva, senza privarlo di corpo, carattere, profondità, intensità.

Un operaio della terra, una sentinella del territorio non si ferma mai, non è mai soddisfatto.

Così appena mi distraggo un attimo, preso dai calici e dalle etichette, perdo Pierfabio, che va a coccolare la sua massa, a darle premure, attenzioni, a sentirla, per comprenderla, per permettergli di evolversi, esprimersi al meglio.

Del resto, quello che sembra semplice, se fatto con dedizione, perseveranza, cognizione, richiede sacrifici, timori, ma poi porta a grandi risultati e soddisfazioni.

Il lavoro è lungo e sicuramente fruttuoso, la strada intrapresa è quella corretta e che condurrà molto lontano!

Questa chiacchierata, ha mostrato una persona umile, genuina, ricca di energia che desidera dare voce alla propria terra, che ha impegno, costanza, dedizione e che vuole declinare in un calice di vino, le sue esperienze, i suoi racconti e il suo lavoro.

Non sazi, non contenti, dalla cantina, ci trasferiamo a Conversano, per vedere altri territori, altri pezzi del suo lavoro, altre variabili che avevamo ritrovato nel calice.

Lo sguardo fiero e cosciente delle potenzialità e delle azioni da perseguire, fanno comprendere che nella testa e nella gerla di Pierfabio c’è tanto e sono certo che tutto verrà fatto nel giusto modo e nel giusto tempo.

Il lavoro, quando non è un peso, ma è la proiezione del proprio essere, è leggero, per quanto fisico e pesante e questo si ritrova nei vini, nel risultato parzialmente finale del proprio impegno.

Uso il termine parzialmente, per sottolineare l’evoluzione a cui andrà incontro, sia nel breve che nel lungo termine, il mestiere di Pierfabio e le sue etichette, per nulla statiche, ma dinamiche, in continuo divenire, come un magma potente e dirompente.

Operoso, volenteroso, tenace, non si fermerà ai risultati, già valevoli ottenuti, ma continuerà a dedicarsi, ad impegnarsi, per dipingere se stesso e l’essenza del suo territorio nei futuri calici, pennellate d’autore, con i colori indelebili, che il suo territorio è in grado di donare e che la sua mano è capace di imprimere nel bicchiere.

 

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