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Un salone con tanti vignaioli, accomunati non da un numero, ma dalla voglia di fare e comunicare buon vino !

Non solo un numero, ma la voglia di fare vino buono!

I migliori vini Italiani Luca Maroni 13 – 16 Febbraio 2020, un grande salone che ospita tanti vignaioli da tutta Italia, non solo accomunati da un numero assegnato, anche se di valore, ma uniti dalla voglia di fare vino buono, di qualità, vino della terra.

Definizione di Buono: Esprime riconoscimento o apprezzamento sul piano della qualità,  della idoneità o abilità o del gusto.

Ho sempre pensato che l’aggettivo BUONO ad un vino, fosse il punteggio più alto che gli si potesse mai conferire.

Gli appassionati, i neofiti, chi ama bere, senza etichette, punteggi, guidato dal proprio piacere e godimento, dopo aver ingerito il vino e aver preso fiato, nel caso di massimo apprezzamento, esclama: BUONO e se ritiene che meriti la lode si lecca i baffi.

Da quando ho iniziato a comunicare vino, da quando ho aperto questo blog, sono andato alla ricerca del vino BUONO, del vino fatto con amore, con dedizione, con rispetto del vitigno, del territorio, della storia di quella zona, della sua cultura e tradizioni, del vino della ricetta della terra.

Quindi, tatuaggio stampa d’ingresso sulla pelle, si entra in un salone con le porte spalancate, come in un film americano, dove l’arma era il calice, e con il fiuto di un segugio o di un detective partiva la caccia al ricercato: il produttore, il vignaiolo dal cuore buono, quello che voleva raccontare e raccontarsi, colui che fiero stappa la bottiglia, sfodera il suo io e che umilmente attende gongolante e timoroso l’opinione del viandante capitato, non del tutto casualmente, nella sua cantina a salone aperto.

In un posto così, tutti erano indiziati e quindi, visto il grande numero di produttori, dovevo affilare gli artigli odorosi e accordare i toni del cuore e con la lente di ingrandimento scovare qualsiasi segnale, qualsiasi indicazione utile per scovare alcuni dei tanti “sospettati”.

Montecappone Marche: anfora, acciaio, schiettezza, genuinità, territorio!

Inizio dalle Marche, forse per istinto, seguendo un riflesso incondizionato, non appena vicino allo stand dell’azienda Montecappone, con un gesto automatico, il calice esce dalla guaina e si inizia il primo di innumerevoli assaggi, effetto domino incontrollabile.

Prima marcia inserita, “Tabano 2018” versato. Verdicchio, Moscato, Sauvignon, giusto incipit, giusto stretching, giustamente profumato, avvolgente e consistente al palato, accarezzato da note e profumi delicati e freschi.

Si continua con “Utopia 2016”, iniziamo ad utilizzare le munizioni pesanti, una magnum sfodera un Verdicchio 10.000 ( 100 %) dei Castelli di Jesi, che ha riposato in vasche di cemento e bottiglia, raccolto al giusto momento, atteso per qualche anno, che si manifesta rotondo ma sferzante, pieno ma pungente, sicuramente attrezzato per essere ancora aspettato.

Concludo la mia prima batteria, volutamente solo di bianchi, con “Ergo”, sempre Verdicchio, sempre essenza delle Marche, figlio ancestrale e atavico dell’anfora e del cemento, anche se giovane, già maturo, convinto, deciso, determinato e aggraziato, fresco come l’età consiglia, ma generoso e piacevole come una persona saggia e competente.

Essendoci tanta carne al fuoco, mi fermo, ai bianchi, con la promessa di andare di persona in azienda, perché se questi sono i bianchi, chissà i rossi cosa racconteranno e diranno. Tra signori, le promesse si mantengono, poi con in mano un calice non si può decisamente mentire.

Cantina Signae, innato, spontaneo e allenato intelletto a servizio della natura

Con un immaginario volante, sterzo verso l’Umbria, e seguo il segnale. Ci troviamo a Guido Cattaneo, in provincia di Perugia, località Purgatorio, ma sicuramente non sarà un supplizio o uno stato di stallo emozionale.

Dedizione alla terra, rispetto dell’ambiente, no paracaduti chimici ma ingegno per rispettare i vitigni e il territorio. Raccolta manuale,  terreni “preistorici” di origine lacustre, bacino inesauribile dell’antica fonte Tiberina, dove insiste principalmente l’ecclesiastico e storico Sagrantino.

Grechetto Umbria Bianco IGT, al naso decisamente profumato, con odori celestiali e dolcemente intensi che confondono e si confondono all’assaggio, dove la schiena acida prende il sopravvento e rende questo sorso bifronte, lungo e persistente.

La Randa, connubio tra grechetto e sauvignon, ingentiliti dal legno, ma sempre tenaci e sicuri. Profumo deciso, sapori voluttuosi di vaniglia, con note tostate ed un gusto sapido e testardo.

Rossobastardo 2017 Sangiovese, merlot, cabernet e piccola percentuale di Sagrantino appassito. Un blend di sapori e carattere che denota un gusto pieno e lungo, giusta combinazione di sapori in equilibrio, che al naso e in bocca determina sensazioni dirette, setose, ammiccanti, sempre e comunque territoriali.

Benozzo IGT 2015, in Umbria l’età è opzionale e non standardizzabile. Il tannino, figlio di questa terra è presente, ma non invadente, gentilmente presente, educato e attento. La morbidezza nei toni, dovuti anche alla sosta prolungata nel grembo materno della pianta, non fa percepire la sola presenza dell’acciaio. Un bicchiere delicato e denso, da bere a sazietà, ma con eleganza e savoir faire.

Montefalco Rosso 2015 Sagrantino e Sangiovese 45%, Cabernet 30% , Merlot 15% . Il Sagrantino e il Sangiovese iniziano a fare la voce grossa, incominciano a farsi sentire, lasciando spazio anche agli altri interpreti, che si manifestano con note verdi ed erbacee e morbide e sinuose, integrandosi in un tannino voluttuoso ma voluminoso, prolungando notevolmente il piacere del sorso.

Terminiamo con le munizioni pesanti, scateniamo il Tannino del Sagrantino DOCG, che nonostante la botte e la barrique, si dimostra sfrontato, aggressivo, irremovibile, lasciandoci il palato confuso, frastornato, asciugando la bocca e esprimendo le sue potenzialità evolutive e ammettendo la necessità, non del tutto digerita, di dover intenerire il suo ruggente ed espressivo carattere.

Nicolò Grippaldi, scelte di vita, coraggio e fervore naturale per la propria terra

Occhi ipnotici, mani serrate legate alla propria terra, due sguardi che come ventriloqui parlavano senza muovere le labbra. La voglia di raccontarsi e raccontare la loro Enna, quella Sicilia ancora più selvaggia e da scovare, che sulle proprie cime, sui dirupi impervi, dipinge panorami mozzafiato. Due bottiglie sul tavolo, due etichette, ingombranti e che facevano ombra, perché non riuscivano a nascondere la loro forza comunicativa, proprio come il suo creatore.

Spinasanta 2018 Nerello Mascalese piantumato il Venerdi Santo, tra buon auspicio e scelta tecnica, oltre che emotiva, si percepisce potente il sottobosco, che con il favore del tempo, lascia spazio a note tostate e più gentili. Il suo porpora delicato tradisce la giovane età e il bisogno di anni per evolversi nella sua pienezza, esplosiva e fortemente percepita.

Dei Pinti 2018, soprannome di famiglia, 80% di nero d’Avola che con prepotenza si manifesta e dal velluto porpora acceso e luminoso e con stoffa tangibile, libera note terziarie ordinate e ben miscelate in un sorso ricco, setoso, avvolgente e potente.

Due vini, sinceri, dritti, tesi e solo apparentemente timidi, decisamente felice di averli incontrati e di aver potuto assaggiare questa nicchia enologica Sicula, un cuore “enoico” che batte, dalle profondità e fondamenta di una terra poderosa.

Pierpaolo Pecorari e i vini sinceri: sine cera, senza trucco!

Dalla Sicilia al Friuli, accomunati dallo stesso fervore, dalla medesima calamita sensoriale. Sulla sponda estrema del fiume Isonzo, tra il mare e le prealpi Giulie, in una zona chiamata terrazzo, il salto è breve e semplice. Migliaia di km accomunati dalla voglia di fare vino buono sincero, come scrivono tra le righe dell’azienda, “senza cera”, cioè senza trucco, espressione totale del vigneto e del territorio.

E trovo li, Pierpaolo Pecorari, anche lui in un fragoroso silenzio, non appena mi avvicino, è come se mi chiamasse, mi conducesse, nei suoi terreni, asciutti e secchi, poveri di sostanza organica, ma ricchi di minerali. Suoli aridi in cui la pianta deve soffrire, deve maturare resistenza e resilienza e viene premiata da escursioni termiche e brezze refrigeranti. Nel suo sguardo e nei suoi vini percepisci schiettezza, genuinità, profonda umanità e disarmante naturalezza e modesta sicurezza dei propri mezzi.

Due etichette assaggiati il Pinot Grigio del Friuli sapido, intenso, una secchiata di freschezza gustativa, anticipata da potenti profumi che si immergono nel sorso, rinfrescante e tonificante.

Il kolaus 2018, Sauvignon Blanc estroverso e maturo, che ha acquisito forza gustativa, nella sua prolungata sosta e fermentante soggiorno in barrique. Questo periodo, unito ai territori, sotto la mano attenta e premurosa del loro vignaiolo, ha generato un calice intenso, propulsivo, adornato di essenze esotiche graziose e sublimi.

Un’ altra splendida realtà, un’altra fetta sana della nostra Italia vinicola, un altro fazzoletto di suoli buoni, generosi, volenterosi, rispettosi, desiderosi.

Cascina del colle, ambiente uomo vigna, il triangolo considerato!

Villamagna, collina a 300 metri sul livello del mare, 60 anni di vigne e vigneti, tra le morbide terre dell’Abruzzo.

Passione, amore per il territorio e per l’ambiente. Vitigni autoctoni, storia, potenza, desiderio di narrare un terroir, una cartolina da spedire in tutta Italia e oltre, usando come inchiostro, il vino che sgorga dalla terra e dalla pianta.

Inizio involontariamente e senza esserne consapevole, una specie di verticale, tecnicamente non corretto chiamarla così, ma in realtà, mi stavo approcciando all’assaggio di uno stesso vitigno di zone differenti e età diverse.

Bio Zero Abruzzo DOC Rosso 2019 Montepulciano nella sua naturalezza coltivato a tendone, zero solfiti aggiunti, tanti apparenti paradossi enologici che donano un vino reale, concreto, fresco, teso e vibrante col tannino evidente, al suo posto. Si pensa che i Solfiti siano fondamentali, che a tendone non si possa fare vino di qualità e queste sono le sfide che mi piacciono, dimostrare che lavorando con attenzione, consapevolezza e competenza, si può ottenere tanto dalla terra che è generosa e volenterosa come le mani dei vignaioli coscienziosi che la curano.

Ducaminimo 2018, altra versione del Montepulciano, un’invasione di profumi e un tannino, inizialmente timido, poi alla distanza esce l’impeto e l’energia e si palesa. Il vino dedicato a  Gabriele D’Annunzio, al poeta di quella terra che i loro vini declama.

Villamagna DOC 2017, altro giro altro Montepulciano, da scomodare almeno 24 mesi dopo la vendemmia, si presenta con più corpo, più fierezza, più totalità gustativa e col tannino più potente.

Mammut 2016, numerato a mano, 40.000 bottiglie, si esprime veemente con note di liquirizia e prugna, in un pantone rosso intenso e con profumi netti e tersi. Già dal nome, preistorico, fa intendere il legame con quella storia, la vera traccia di come e da dove è iniziato tutto. Il vino identificativo, portentoso e prestigioso.

Negus 2013, letteralmente Sovrano, anch’esso numerato a mano, con affetto e dedizione e rispetto, nel desiderio di sguainare la spada dalla roccia, dal terreno, dal suolo e ingentilirlo con 18 mesi di barrique di primo passaggio e almeno uno di bottiglia: “terrosità” travolgente descrittiva del Montepulciano, ma dotata di un’esuberanza aggraziata e modi educati.

Orneta, il passato catapultato nel futuro, passando dal presente

Nell’Irpinia di confine, una terra arata, solcata dai contadini di un tempo che adesso da circa 7 anni, determina vini ancorati radicalmente al territorio, rispettandolo nella sua tipicità e nella sua sostenibilità Il legame col passato lo si intuisce già dalle etichette, un dipinto tra maioliche campane e trattati dell’agricoltura dei tempi con fare, movenze e dialettica Latina, che declina il passato, la storia, la cultura.

 

Falanghina IGT Campania, si svela in tutta la sua cornice e parabola profumata che poi si tramuta in un sorso diretto e agile

 

Fiano di Avellino DOCG, denota sempre impronte giovanili, ma più cariche, più solari,  quello che colpisce è la potente sapidità, la mineralità del tufo, tipica del territorio, DNA del vitigno che in quelle zone comunica cos’  e si impreziosisce di note esotiche sfavillanti e favolose, quasi oniriche.

 

L’Irpinia Aglianico, che ha trascorso 6 mesi in barrique per indossare i guanti, per essere meno aggressivo e per far percepire a chi lo assaggia sia note verdi, erbacee di pomodoro, per poi mostrare arancia, terra e carruba, quindi con mani di velluto, massaggia il nostro palato, tra carota e bastone, lasciandoci un ricordo duraturo e decisamente indimenticabile.

Per terminare col Taurasi, l’aglianico austero, potente che riposa per 3 anni, di cui 2 in botte per ingentilire il tannino, rammorbidirlo, che manifesta tanta sapidità, con un finale di mandorla aiutata dal polimero astringente che alla fine è, aggressivo, duro, prepotente, veemente, polveroso, asciutto. Un vero sorso nerboruto e intenso, proprio come quella terra: rugosa, zollosa, intrepida e tenace.

Appunti di degustazione, note meritevoli in un salotto d’autore, sensoriale e sentimentale

Racconto di alcuni assaggi, tutti meritevoli, come quelli purtroppo non fatti. In un salotto del genere, come nella vita, bisognava fare delle scelte.

I miei calici erano pieni, non solo di vino, ma anche di tanta voglia di presentarsi e presentare il proprio lavoro, ho seguito il mio istinto, ho cercato di assecondare le mie intuizioni.

Ho voluto conoscere produttori, vignaioli forse più piccoli, solo nelle dimensioni o nel nome, ma sicuramente capaci di dar vita a vini sinceri e buoni, proprio come le definizioni dell’inizio dell’articolo, proprio come si esclama, separando la testa dal cuore, quando un vino ci colpisce, con o senza punti, quando fa 100, o meglio fa centro, nel nostro animo, proprio come fanno le persone buone e sincere.

 

 

 

 

 

 

 

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